Recordings

“Enchanting Circles” (AlfaMusic 2011)

Enchanting Circles (AlfaMusic 2011)

Paolo Pacciolla’s dedut solo CD, Enchanting Circles, is a string contribution to modern frame drumming. Featured throughout the 11 tracks are his expertly played frame drums…Heard throughout the album is Pacciolla’s original voice as a composer, performer, and creator of frame drum music…What I find intriguing is his ability to shed his Italian identity in his music – this is someone who lives in the world of frame drumming and not merely a single tradition of it…”Stream”, for 3 tuned Persian style daire and 2 dafs with voices close the album with Paolo’s sensitive drumming – at time slow and spacious, always rhythmically interesting, giving us a bright new voice in frame drums; one I hope hear again, again, and again.

By N. Scott Robinson

Il musicista Paolo Pacciolla con il progetto “Enchanting Circles” è riuscito ad elevare le “percussioni“ da semplice base ritmica e/o di accompagnamento a strumento principe, solista, per comunicare sonorità  legate alle emozioni come lo è la chitarra, il pianoforte o il sassofono.
Le undici tracce si basano semplicemente sull’utilizzo di tamburi a cornice coadiuvati  dalla voce.
Strumenti originali, che egli stesso costruisce, ma che si ispirano a modelli persiani, come il daire e il daf.
Gli strumenti ideati da Paolo si accordano per produrre sonorità telluriche,  gravi e profonde, per produrre musica in cui realtà ed immaginazione si compenetrano, musiche del cuore, dell’anima e dello spirito che portano a liberare la mente in un viaggio interiore.
“Inizialmente prevedeva l’utilizzo esclusivo di tamburi , soli o in ensamble, poi sono stati inseriti altri strumenti: un vecchio piatto ride, un damaru, un piccolo tamburo a clessidra, conchiglie, sonagli, campanelle, coperchi di pentole, un tegame circolare, ….”.
Come uno sciamano l’artista ci introduce con le prime tre tracce, tramite canti sovra incisi o di bordone, verso sonorità che ricordano le musiche e le tradizioni dei nativi americani.
Poi gradatamente la ritmica si fa sempre più coinvolgente: ottimo l’assolo in “Figures of wind”.
La traccia nr. 5 propone il fluire del ritmo con l’introduzione del suono di due campanelle che propongono “a balança brasiliana” sulle quali si sovrappone il canto e il tamburo a cornice.
In “Frozen Lake” campanelli, rullate sui piatti, vibrato sulle pelli trasportano l’ascoltatore su altre dimensioni, in altri luoghi: l’India. Oriente che provoca nel comune ascoltatore occidentale emozioni forti e profonde, difficili da controllare razionalmente che ti trasmettono quel senso di sospensione nel tempo e nello spazio in cui si viene proiettati.
Dalla traccia nr. 7 fino alla fine del CD le percussioni ci narrano di processioni di monaci, canti dhrupad davanti al tempio, piccoli carretti strabordanti di sacchi su strade polverose, uomini completamente nudi con un enorme orso al guinzaglio, donne che lavano il sahari al fiume, odore acre e pungente che ti entra nella mente e nel cuore.
“Reverberations of light” continua il suo viaggio nell’India del Nord attraverso l’utilizzo di una padella inox che nulla toglie alle sonorità d’oriente.
In“Flowing on the breath of an elephant” i tamburi a cornice dialogano tra loro suggerendo fraseggi che si rincorrono, si accavallano, si moltiplicano in risonanza scanditi dalle timbriche acute dei cimbali.
“Dancing on the tip of the fingers” ricerca, con le dita, le sonorità proposte dalla pelle in funzione della posizione e del tipo di tocco e con delicatezza, tramite tale gioco, risponde sulle stesse note  il canto che entra in risonanza con la sovra incisione, quasi come un mantra meditativo.
Nell’ultima traccia, bellissima, il ritmo, le pelli e la voce diventano più intensi e riescono a coniugare in maniera del tutto originale le sonorità dei nativi americani con quelle dell’india del Nord: unisce le ricerche della prima parte del CD con quelle della seconda. L’ascoltatore viene nuovamente trasportato in una nuova dimensione, un’altra:  impossibile  dal punto di vista geografico e culturale; ma che, con la world music, diventa realizzabile. Complimenti.

By Roberto Coghi http://www.romainjazz.it/recensioni/1140

Paolo dedica studi matti e disperatissimi all’arte di percuotere le pelli da anni e questo suo albumda solista ne è testimonianza antropologica più che etnica. Suono ancestrale, battito cardiaco che segna lo scorrere dio eoni, in odore di radice, pangea di culture diverse eppur così spaventosamente uguali. Le11 riflessioni ritmiche che compongono questo prezioso cd sono pulsare dall’inevitabile sapore etnico dall’iniziale Calling the guardians alla finale, ossessiva, Stream. Etnico in quanto patrimonio delle etnie, ritmo inteso come pulsazione generatrice e genitrice. Un album di grande interesse culturale.

By Massimo Marchini, Rockerilla

Percussione e voce: tradurre in immagini emotive il segno della vibrazione come dettaglio artistico denso di possibilità e di commenti trasformati in reazioni immediate, vigorose, incisive, viscerali, abituate ad un “silenzio” fluttuante in emozioni ed onirismo assoluto. Questi gli undici “quadri” narrati dall’improvvisazione ritmica di Paolo Pacciolla in Enchanting Circles, album che ha accompagnato l’esibizione di Anna Luisa Spagna (Membro del Consiglio Internazionale della Danza, CID Unesco) in una splendida performance di danza indiana per Matrika, all’Incontro Nazionale dei Teatri Invisibiliil 30 settembreal Teatro dell’ Olmodi San Benedetto del Tronto. La ritualità ed il tribalismo dell’esecuzione prendono vita in percorsi di un universo sonoro angoloso e mistico distinto da una metrica introversa ed ancestrale, multiforme, impetuosa, riflessiva, intima ed espressionista: la possibilità di sperimentare è nella ricerca di ambiti profondi del tacere dell’anima, nel definire la voce imprevedibile dell’inconscio. Importante contributo all’uso dei tamburi a cornice, l’incisione rivela un’unicità singolare nell’insinuare nell’ascolto un’assoluta dinamicità della potenza vitale della meditazione come unica conferma della propria esistenza, una psichedelica dell’Io come filosofia incontaminata.  http://www.romainjazz.it/recensioni/1108-paolo-pacciolla-enchanting-circles

By Fabrizio Ciccarelli, romainjazz.it

Musicologo e percussionista, nonchè docente di Etnomusicologia presso il Conservatorio di Vicenza A. Pedrollo, Paolo Pacciolla, vanta un curriculum prestigioso in cui allo studio e alla ricerca sulla tradizione musicale Indiana ha affiancato una intensa attività didattica e numerose collaborazioni musicali in Italia, come quella con Antonio Cotardo con il quale ha dato vita al duo Free-Dot e con cui ha pubblicato Ariband nel 2010. La sua passione per le percussioni lo ha portato negli anni a creare lui stesso un marchio AP Percussions con cui progetta e realizza tamburi a cornice accordabili e proprio a questo particolare strumento è dedicato Enchanting Cicles, il suo disco di debutto come solista, che raccoglie undici brani autografi. Inciso presso gli studi Sutra Arti Performative di Lecce, il disco rappresenta un importante esempio di quale possa essere l’utilizzo nell’ambito della musica moderna dei tamburi a cornice, per i quali lui stesso ha creato un sistema di accordatura che permette di variarne i toni, e nasce come compendio e testmonianza dello spettacolo Matrika – Enchanting Circles ralizzato con la danzatrice Luisa Spagna e dedicato alla danza rituale. Il disco si apre dal ritmo quasi melodico di Calling The Guardians, seguita dalla introspettiva riflessione di Klam Reflection, nella quale duettano due tamburi daire di tipo persiano, ma è con l’ingresso anche della voce quasi sussurata di Pacciola che si entra completamente nel vivo del disco, con quest’ultima ad arricchire la tavolozza di colori creati dalle percussioni. Si apprezza così a pieno tutta la capacità del percussionista salentino di ricercare un linguaggio musicale che suoni come universale attraverso la percussività dei suoi tamburi, come nel caso della splendida Figures Of The Wind, nella quale si apprezza un travolgente assolo su un daire persiano, o di Flowing On The Breath Of An Elephant, un brano composto per tre tamburi sorretti tra le mani. Il vertice del disco arriva però con le conclusive Dancing On The Tips Of The Finger per tar e voce e Stram, nella quale brilla l’intreccio tra tre daire persiani, due daf e le voci, che rimandano idealmente alle danze rituali dell’estremo oriente. Paolo Pacciolla con Enchanting Circles ha aperto uno spaccato di grande interesse sugli aspetti melodici dei tamburi a cornice nella tradizione musicale dell’Oriente come in quella Europea. http://www.blogfoolk.com/2012/01/paolo-pacciolla-enchanting-circles-alfa.html

By Salvatore Esposito, blogfolk.com

Hear Paolo Pacciolla

https://www.youtube.com/channel/UC4_0ERClaG6V0gUNGzvxUDQ

ECHOES (Sutra Arti Performative)

ECHOES (Sutra Arti Performative)

Il punto libero è un duo di musicisti italiani, Paolo Pacciolla alla voce, axis, uno strumento da lui costruito, mbira, bodhran, steel pan, marranzano, campane e Antonio Cotardo ai flauti e campane che da tempo ha deciso di dedicarsi ad una world che ha le sue radici nella musica che il tedesco Stephan Micus ha documentato sui catalogi Japo ed ECM fin dagli anni ’70. Se lì avveniva tutto in solo con un paziente lavoro di sovraregistrazioni di strumenti provenienti da tutto il mondo, qui è il dialogo dei due ad essere il motore del disco, fra le percussioni dell’uno ed i flauti dell’altro. È un incontro tra strumenti etnici ed il flauto della tradizione colta occidentale che funziona, ma non mancano strumenti come il marranzano o la voce che canta su Rain. La collaborazione fra i due è vecchia di alcuni anni e la musica a poco a poco ha subito un’ovvia evoluzione, preferendo alcuni strumenti etnici ad altri ed una direzione rispetto ad un’altra. I brani hanno qualcosa di misterioso e la musica sfugge dalle ovvietà della new age. Su Air Movements che chiude il disco ci recitano versi e si cerca il continuo dialogo degi strumenti alla ricerca di un percorso che si preannuncia come affascinante e che mantienre le promesse fino alla fine. Le combinazioni sonore dei due attirano, forse perché originali, o forse perché rappresentano il dialogo fra l’oriente e l’occidente, reso possibile dalla comunità di intenti. Longing for Her che apre il disco ha la stessa dimensione, fatta di idee coraggiose che aprono nuove strade alla musica. Molto bello anche Flute, Birds and the Night, in cui il flauto inizia in completa solitudine per poi essere raggiunto dalle percussioni, una composizione di Antonio Cotardo (le altre sono tutte di Pacciolla) che lascia il segno. Nel complesso un disco che fa onore al genere world, fra strumenti della tradizione occidentale e quella orientale alla ricerca di un punto in comune.

By Vittorio Lo Conte

http://www.musiczoom.it/?p=25966#.WM0nrk8oGSo

Il duo Free Dot è composto da Paolo Pacciolla e Antonio Cotardo e il nuovo album “Echoes” è un fascio di composizione ed estemporaneità che si snoda attraverso sei tracce piene e profonde. Paciolla – polistrumentista, compositore, etnomusicologo e insegnante al conservatorio di Vicenza – suona vari strumenti (tra i quali mbira, bodhran, steel pan, mouth arp) e canta. Cotardo suona i flauti, che in questo contesto stretto ancorchè frenetico e denso, assumono un ruolo melodico preponderante, nel quale confluiscono un insieme di rappresentazioni coerenti e spesso forti, legate a doppio filo a un paesaggio sonoro articolato (“Flute, birds and the night”, “Rain”, “Air movements”) e a una tensione introspettiva ricca di spunti di riflessione. La formazione del duo, che evidentemente spinge le esecuzioni su un piano sperimentale e fuori da ogni retorica etnicista, è abbastanza recente e ha prodotto tre album in tutto. I primi due – “Ariband” del 2009 e “Just Flux” del 2013 – sono stati realizzati in collaborazione con la label londinese Slam, mentre “Echoes” è maturato in seno a Sutra Arti Performative, un laboratorio di musiche e danze che moltiplica gli interessi dei due pilastri (Luisa Spagna, oltre a Paciulla) verso lo studio, la ricerca, l’organizzazione di eventi e la produzione artistica. L’ascolto di “Echoes” non è semplice, specie nei primi approcci, ma fin da subito si configura come interessante e curioso. Non solo perché le forme che assumono i suoni sono eterogenee e vagamente stranianti, ma soprattutto perché si percepisce una struttura coesa, uno sviluppo coerente. Insomma una serie di avvicendamenti – nelle melodie, nel ritmo, nei timbri – che riflettono un programma senza freni né formali né strutturali: la definizione di uno spazio libero ma mai amorfo, nel quale i confini non sono definiti convenzionalmente ma si percepiscono in modo chiaro. Specie dopo che si entra in sintonia con il linguaggio dei due esecutori, che si alternano e si sovrappongono, si rincorrono, si incrociano senza mai scontrarsi, anzi lavorando ogni passaggio con attenzione, con rifiniture certosine. Quando si entra in questi echi, d’altronde, non possiamo illuderci di poterci accomodare e aspettare passivamente di essere colpiti dalle “soluzioni” imbastite da chi produce il suono. Ci dobbiamo piuttosto preparare a lavorare sulla nostra capacità di assorbire un insieme di riflessi, di ritorni, di rimbalzi. Ci possiamo sedere e sdraiare ma con attenzione, con lucidità, con la prontezza di chi deve scoprire la formula che tiene insieme i dati. Perché, soprattutto se non si ha un orecchio elastico o se non si ha dimestichezza con il suono di certi strumenti, ciò che sono capaci di evocare e i risultati che l’accostamento tra alcuni di questi possono determinare, non si ha nessun riferimento o nessuno strumento di interpretazione. Invece, con attenzione e con il giusto grado di permeabilità, si può comprendere l’effetto di “Echoes”. Che può essere ricondotto alla performance, certo, ma anche alla configurazione di un linguaggio estremo non tanto nella forma, quanto nel codice. In altri termini, forse la soluzione è proprio provare a comprendere attraverso uno sforzo di riconoscimento. Riconoscere ad esempio la volontà di creare una narrazione epica, senza tempo e senza luogo (senza convogliare le energie nell’esercizio di localizzazione del suono degli strumenti, che genera soltanto un’illusione e una deformazione irriducibile). D’altronde il duo ci parla di pioggia, di movimenti, di aria, di uccelli, di notte (basta scorrere i titoli dei brani in scaletta): sono le componenti dell’illusione, il ribaltamento, il rovescio di una visione pragmatica. Sono gli effetti di una riflessione, di un insieme di suggestioni che ci devono colpire. E gli autori ci danno tutto il tempo necessario: “Rain”, uno dei brani più interessanti dell’album, ha una durata (epica) di oltre dieci minuti. E, anche per questo, ciò che evoca è un paesaggio sonoro, un passaggio dentro una dimensione descrittiva fondata sull’evoluzione e la variazione.

By Daniele Cestellini

www.blogfoolk.com/2016/09/free-dot-echoes-sutra-arti-performative.html

“Just Flux!” (Slam Productions)

Just Flux! (Slam Productions)

Just flux? or flux that somehow answers musical justness or rightness? The small and deconstructed instrument approach – a couple of tracks use flute headjoints, stones, pot lids – is hard enough to pull off musically, harder still to pull off with such delicacy and grace. These are lovely pieces, performed by two master musicians who know how to make music without just joining dots but who also understand the narrow line between freedom and an unsatisfying randomness.

By Brian Morton, Jazz Journal May 2013

Free Dot is an Italian duo featuring Paolo Pacciolla on drums, berimbao, mbira, Jew’s harp & piano and Antonio Cotardo on flutes, bells, piano & voice. This is the second disc on Slam from the same duo although they called themselves Ariband on the first one. Mr.Cotardo plays a variety of flutes here: alto, bass, C, bamboo & Greek flutes while Mr. Pacciolla plays assorted percussion: bodran, stones, pot lids, cymbals & drums. This is a completely improvised session and it has a rather ritualistic vibe. Somber yet cosmic, free spirits without the virtuosic excess. After more than fifty years, “free music” is a universal language that is not bound by words or borders. When it works, it doesn’t matter where it comes from. It speaks directly to the heart and mind simultaneously. It works quite well here so dig in and enjoy.

By Bruce Lee Gallanter, Downtown Music Gallery

A second album for the duo of Antonio Cotardo (flutes, mostly) and Paolo Pacciolla (percussion, mostly). Just Flux! is 50 minutes of free improvisation on a wide array of flutes and percussion instruments. Rhythm rules the proceedings, and a great openness to the world permeates from the music – influences pile up, well digested, in this aerial and lively music. http://blog.monsieurdelire.com/2013/02/2013-02-15-braidalocatelli-free-dot.html

Free Dot, il punto libero con cui si è chiamato il duo in questione questa volta presenza un concerto live, rinunciando quindi agli effetti della sovraregistrazione. La loro musica improvvisata con strumenti etnici e non ha delle radici, in quella delle tradizioni delle musiche extraeuropee, nelle registrazioni e nelle performances sul campo, ma anche in pionieri come Stephan Micus che nelle sue innumerevoli registrazioni fatte in solo per la Japo prima e la ECM dopo ha messo insieme strumenti di tradizioni ed etnie diverse su innumerevoli tracce arrivando a delle suggestive conclusioni su supporto audio ben recepite dal pubblico. I due musicisti italiani, Paolo Pacciolla alla batteria, berimbau, mbira, voce, arpa ebraica, piano, campanelli e Antonio Cotardo ai flauti, voce, campane, pianoforte affascinano e seducono il pubblico con una musica che può sembrare semplice, allo stesso tempo lontana anni luce dalle facili suggestioni di quella che si ascolta nei saloni di bellezza per rilassare i clienti. C´è tensione in quello che fanno, un flusso di energia che scorre lentamente ma inesorabile, l´uso di tradizioni extraeuropee fatto con un approccio originale. L´incontro del berimbau, proveniente dal Brasile, e di flauti in uso in luoghi lontani e apparentemente irraggiungibili fa scintille, così come il cercare le risonanze all´interno del pianoforte, o gli incontri con gli altri strumenti percussivi raccolti per il globo. È uno di quei dischi che si ascoltano molte volte, bello e misterioso allo stesso tempo, da cui più che una formula traspare l´interesse per il suono allo stato puro insieme al momento magico colto dai microfoni.

By Vittorio Lo Conte

http://www.musiczoom.it/?p=11928

Improvvisazione pura, estemporaneo flusso di coscienza, a partire solo da un variegato set di strumenti e oggetti, quello messo in atto da questi due eccellenti musicisti pugliesi. Poliflautista sperimentale, di formazione accademica e jazzistica, Antonio Cotardo, è solista alla costante ricerca della propria voce strumentale, sempre in relazione agli infiniti, possibili percorsi, reali o immaginari, che le molteplici tradizioni musicali altre possono offrire. Pianista, percussionista, etnomusicologo, profondo conoscitore della musica classica indiana, è invece Paolo Pacciolla, qui in veste di vero e proprio architetto del paesaggio sonoro, impegnato nel far risuonare campane, nel tintinnare cimbali, nel percuotere tamburi, nel far “parlare” la mbira africana, nello scandire ritmi al berimbao, il tipico cordofono della cultura brasiliana, e nel far riverberare le corde del pianoforte preparato. Una registrazione che si irradia nello spazio per placidi moti, regolari o irregolari, come di onde solleticate da una lieve brezza. A tratti l’ispirazione sembra essere quella meravigliata, ipnotica e rivelatrice del Tony Scott di Music for Zen Meditations. Ricercatori.

By Marco Maiocco

http://www.discoclub65.it/jazz/archivio-mainmenu-42/5193-free-dot-just-flux.html

The notes say this is a project of improvised music based on musical instruments and objects, hence the titles of the tunes, which just describe the instruments.I actually like this idea, not being a fan of song titles which don’t mean anything. And this is a duo,which I also like.
And just a technical note, the drums are mainly handdrums, not a drum set.
When I first started listening I thought that the music was South American, especially with some of the flute playing, and drumming, or Asian, especially when the bamboo flute and gongs are used, or mid eastern when minor scales are used, so I had to check where Lizzanello is.
The tunes meld into one another, since the moods of all of them are similar, even though the instrumentation changes. To my ears, this CD should be listened to as one long track with changing instrumentation, rather than as different tracks. Most of the CD is quite mellow, though, as in “stones, pot lids” there is more active drumming. And Pacciolla’s c flute, definitely has some jazz influence. I really enjoyed “Jew’s harp” not having heard that instrument played in a jazz context since Dizzy played it back in the 80s.
The interplay between Cotardo and Paciolla is excellent. There were sections which worked so well they could have been composed, but that is the beauty of improvisations between players who listen carefully to each other.

A nice record, which would make for some very nice background music, but would also stand up to careful listening.

By Bernie Koenig

Cadence Magazine | Oct Nov Dec 2013

Hear Free-Dot

https://www.youtube.com/channel/UC4_0ERClaG6V0gUNGzvxUDQ

Ariband (Slam Productions 2010)

Ariband (Slam Productions 2010)

Featuring Antonio Cotardo on flutes and Paolo Pacciolla on mbira, daire, jemback, bells & voice. ……. Both of these musicians are Italian which is also where this disc was recorded in February & March of 2009. This is a splendid, well-balanced recording of mostly flutes and hand percussion or thumb piano. The hand percussion includes a daire which is a large tambourine and a jembak is a large hand drum played with a brush or just hands. The daire is featured on “Rengil” and it sounds much like a frame drum, the sound is similar to Steve Gorn and Glen Velez, who play similar instruments. At times Paolo sounds as if he is playing thin sticks or rustling leaves giving the duo a most enchanting, sublime afterglow. Antonio over-dubs another flute or two thus adding an eerie, ghostlike vibe to their sound. The persistent use of bells sounds like chimes being moved by the wind, thus also adding a dream-like quality. One of the great things about this disc and duo is that Paolo often plays his percussion in a most melodic way, the way a great tabla player also assumes more than just the rhythmic role when he or she solos. Ariband is/are one of those enchanting duos I’ve heard in a long while, occasionally soothing yet consistently mesmerizing.

By Bruce Lee Gallanter Downtown Music Gallery.

Some may know Italian percussionist Paolo Pacciolla from AP Percussion ….. This CD features his duo Free Dot with flute player Antonio Cotardo – a very fine musician. The recording quality and performances are just great on this CD with compositions being offered by each of the musicians……If you are unfamiliar with these musicians don’t let that stop you – this music will appeal to a wide variety of listeners and will satisfy those seeking depth and vision balanced with heart and feel in the music they enjoy. The flute and percussion are featured equally throughout with both sensitive musicians providing a give and take – taking the music to exciting places and allowing it to breath in sensitive moments. What strikes me most about these musicians is their unique musical identity – it’s unidentifiable in terms of place. Being both Italians, you wouldn’t know it listening to the music. It’s almost jazz but from where I can’t tell. The flute is clear and well played – not quite classical and not quite jazz but not light or forgettable. My attention was grasped from the moment I heard the 1st track – who are these guys? They sound fresh! Not overbearing, never pointless – there’s a musical sensitivity that is perfect throughout each piece on the CD. Pacciolla’s frame drumming – lap style, hand held, bendir, daire – is well done and complimented by his mbira (kalimba),brushes, other percussion, and voice throughout. This is the kind of world music that lovers of Codona and Hadouk will gravitate to – again and again. The music has a strong organic feel with the production more natural allowing for the variety of flutes and percussion to sound well but never larger than life the way some modern recordings tend to accentuate. It’s very apparent that this CD will grow upon the listener who at once can enjoy its sincere fresh breath of a voice and revel in its offerings as they become close travelling companions the more you listen to them.

By Scott Robinson, NAFDA Newsletter.

A different proposition from Slam Productions: an Italian duo of flute (Antonio Cotardo) and Indian/Persian percussion (Paolo Pacciolla, mostly on daire and jembak). Aerial compositions, free and hypnotic, simple and touching flute melodies, sounds like a meeting between Glen Velez and Moe Koffman! HIGHLY enjoyable. François Couture http://blog.monsieurdelire.com/

Chi ha ascoltato la musica di Stephan Micus prima su Japo e poi su ECM, con ogni volta sulle copertine un lungo elenco di strumenti delle tradizioni di paesi così lontani l´uno dall´altro, sarà rimasto sorpreso da quello che è riuscito ad inventare anche grazie alle tecniche di registrazione e sovraincisione che negli anni sono migliorate. Oppure Don Cherry ed il trio Codona, che ha lasciato le sue importanti tracce su tre incisioni anch´esse per la ECM. Un genere che ha un suo fascino, che mette insieme cose che di solito non si incontrano, idee che spuntano durante viaggi lontani e che poi si catalizzano durante il lavoro in studio di incisione.
È una lezione ripresa da due musicisti italiani: Antonio Cotardo, alle prese con dei flauti etnici, e Paolo Pacciolla, che suona tamburi e percussioni che vengono dalla tradizione dell´Iran e dell´India, da lui studiata con in maestri del luogo, oltre ad invenzioni proprie, come quello che ha chiamato jembak, un tamburo a metà fra il djembé ed il tombak, che suona con una spazzola da batteria.
Durante mesi di preparazione, ascoltando, avvertendo quello che i suoni volevano comunicare, levando, aggiungendo tracce, note, alla fine sono arrivati a celebrare un incontro che in fondo è antichissimo, quello di flauti e tamburi, qui possibile grazie alla tecnologia ed ai viaggi. Un incontro così è qualcosa di speciale, che prende subito l´ascoltatore, un´atmosfera sciamanica da cui ci si stacca malvolentieri perchè c´è qualcosa di ipnotico in quello che i due propongono. È come un fumo che lentamente si innalza e prende con sé in un immaginario viaggio dei desideri.
Tuttavia c´è tanta coerenza e maturità in questo disco, nessuna faciloneria, niente di buttato là sulla bilancia di un facile esotismo. E ben ha fatto l´emerita Slam Productions di George Haslam a pubblicarlo, continuando l´attenzione, anche in UK, per i musicisti italiani.

By Vittorio Lo Conte.

http://www.musicboom.it/mostra_recensioni.php?Unico=20101117062833

L’immaginazione dolce. Un viaggio affascinante in una sonosfera immaginaria e incontaminata, lontana dalle brutture e dalle ansie della vita quotidiana: ma non si tratta dell’ennesimo prodotto di world music e meno che meno di tappezzeria New Age. Sotto la denominazione di Free-Dot due giovani musicisti salentini hanno unito le loro forze per avviare una ricerca comparativa e associativa sui suoni e sulle culture.…una via dolce e gradevole alla sperimentazione sul suono.

By Dinko Fabris. Il giornale della musica n.284, settembre 2011.

Sticking with the World Music arena, Italian duo FREE DOT (Antonio Cotardo, flt, bells; Paolo Pacciolla, daire, Jembak, bells, mbira, vcl, bells) considers eight meditative tone poems (Rengil / Preludio / Villaggio X / Mirab / Jembak / Strange / Ariband / Suono Libero. 53:16. February-March 2009, Lizzanello, Italy) on ARIBAND (SLAM 525) that serves as a pleasing elixir after a hard day’s work. From the start, the duo possesses a sympathetic relationship that matches improvised realms with Jazz, Indian, and Middle Eastern influences. “Rengil” pairs Cotardo’s breathy flute with Pacciolla’s hand drums, an approach also taken on the moving “Villagio C.” Cotardo’s flute is certainly the focal point throughout, at least in terms of melody, with the reverie, “Preludio” and the concluding comments of “Suono Liberio” serving as an example of his engaging work. Pacciolla is equally impressive when utilizing his wealth of percussive sounds, such as when his mbira and vocals are the crux of “Mirab” and “Ariband,” while the aptly titled “Jembak” is a fine feature for Pacciolla’s work on the drum, though “Strange” is sim­ply mesmerizing thanks to Pacciolla’s forceful drumming. Overall, the strong improvisational perspectives within these softened realms is a success.

Cadence, jul – aug – sep 2011 | cadence | 77

http://www.cadencebuilding.com/

Hear Free-Dot

https://www.youtube.com/channel/UC4_0ERClaG6V0gUNGzvxUDQ

Beppe Capozza Quartet

Beppe Capozza – Guitars

Janus Toczek – Flute

Ezio Riccio – Congas, Darabukka, Rattles, Bells

Paolo Pacciolla – Tombak, Pakhawaj, Daire

“Round Circle”

Beat Records 1999

“…l’artista si ispira qui in maniera più profonda alla matrice medio-orientale e indiana, grazie soprattutto all’inserimento nell’organico del percussionista Paolo Pacciolla, studioso delle tecniche percussive sia della tradizione persiana (soprattutto nell’uso dello zarb, strumento principe di quest’area culturale), si di quella indiana.”